Mercato. L’arte resiste alle crisi economiche e finanziarie

I punti chiave

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La globalizzazione, l’accumulo di grandi ricchezze da parte dell’élite, l’ascesa di economie emergenti come Cina, India, Russia, Brasile e altre aree, la crescita delle transazioni online e il riconoscimento dell’arte come asset class, parte integrante del patrimonio anche se nel limite costante del 4-5%, sono le tendenze che hanno rimodellato il mercato dell’arte negli ultimi vent’anni. In questo lungo periodo l’arte ha attirato ingenti quantità di denaro, infatti nelle crisi economiche e finanziarie che si sono succedute la domanda di opere è stata relativamente resiliente mostrando segni di recupero, in termini di volumi di transazioni, abbastanza veloci.

LA TENUTA NEI VENT’ANNI DEL MERCATO DELLA BELLEZZA

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Alla fine degli anni ’90 l’ipervalutazione delle Dot-com in Borsa aveva portato liquidità all’arte, grazie ai bonus dei banker, lo scoppio della bolla non incrinò il trend crescente dei valori dell’arte. Quando poi le Borse crollarono sotto il crack della Lehman Brothers del 15 settembre 2008, Damien Hirst fece appena in tempo a mettere in asta da Sotheby’s Londra le sue opere, bypassando i suoi dealer, con prezzi da record, totalizzando 201 milioni di $. Subito dopo il mercato dell’arte, soprattutto il contemporaneo più speculato, subì una battuta d’arresto, ma già nel febbraio 2009, nonostante la crisi dei mutui subprime, la collezione Bergé-Saint-Laurent registrò a Parigi scambi da record per 374 milioni di euro.

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La correlazione tra arte e mercati finanziari si è mostrata particolare forte nel contemporaneo. Nel confronto tra indici borsistici e mercato globale dell’arte osserviamo che il Global Index Artprice 100 ha battuto il FTSE 100 e ha sovraperformato il Dow Jones fino al 2015, soprattutto nel periodo di crisi o turbolenza finanziaria (crisi del debito sovrano nell’eurozona nel 2010-11), per poi rallentare la corsa. La storia insegna che durante i periodi d’incertezza economica l’interesse si sposta verso i beni tangibili e l’arte, in particolare nella fascia alta del mercato, è sempre più percepita come bene rifugio al pari dell’oro che, nel periodo considerato, batte tutti i confronti. Se l’Europa alla fine del primo decennio del XXI secolo ha rallentato il passo, la corsa degli scambi si è spostata in Cina, mostrando tuttavia la corda nel 2011 dopo le ipervalutazioni dei contemporanei cinesi e la corsa alle aste e ai fondi d’investimento di un largo pubblico di speculatori asiatici. L’America, invece, ha retto a ogni crisi.

La crisi e i portafogli dell’arte

Se da un lato le crisi economiche si sono riflesse in una minor disponibilità di risorse, dall’altro hanno dato maggior impulso a nuova domanda di arte più selettiva, focalizzata su opere di elevata qualità come quelle postwar, che hanno raggiunto prezzi record. I “portafogli artistici” in questi vent’anni hanno via via sostituito gli investimenti in Old Masters, arte Moderna e del XIX secolo – questi ultimi due hanno registrato secondo Artprice le performance più basse –, con gli artisti più importanti del dopoguerra come Rothko, Bacon, Warhol, Basquiat. Anche perché la disponibilità di capolavori impressionisti e moderni è stata più limitata (rari i Van Gogh, Monet, Renoir, Gauguin, Matisse in asta). Naturalmente quando sul mercato arrivano i capolavori le quotazioni si impennano: le dismissioni delle collezioni Rockefeller d’arte del XIX e XX secolo nel 2018 ha realizzato 646 milioni di $ e nel 2021 quella Macklowe di arte moderna e postwar 676 milioni di $. Infatti dall’analisi annuale dei volumi in asta degli ultimi vent’anni il più gettonato è Pablo Picasso, tallonato da Andy Warhol o dagli artisti storicizzati cinesi come Zhang Daqian e Zao Wou-Ki. Unica eccezione nel 2017, l’exploit di Leonardo da Vinci con il «Salvator Mundi», venduto per 450 milioni di $, il prezzo più alto mai pagato per un’opera. Nel 2020 con il lockdown per il Covid il mercato dell’arte ha subito una pausa d’arresto, almeno per l’offerta di capolavori. Le aste online e le private sale hanno attratto opere di valori medi in prima battuta, ma nel 2021 il mercato ha reagito velocemente riportando i valori a 12,6 miliardi per le tre major (Phillips, Christie’s e Sotheby’s) con +70,2% sul 2020 e un +2,3% sul 2018. Oggi l’arte contemporanea è il settore più vivace con performance migliori degli altri indici settoriali, ma anche con tanta speculazione.

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